Nella mia attività mi capita spesso di incontrare persone (artigiani, professionisti, imprenditori, giovani che vogliono gestire nuove attività) che si chiedono come mai non riescono a ottenere ciò che desiderano. Eppure, mi dicono che ce la mettono tutta, che lavorano duramente, che ogni giorno danno il meglio per raggiungere il loro obiettivo, che investono pesantemente sulla loro attività… eppure non riescono ad avere il successo desiderato!

Come mai?

Conosco le presunte cause e i fattori che determinano queste situazioni: l’insuccesso e la sfiducia, in sé stessi e negli altri, sono solo gli effetti di processi ben più profondi. Pensare di risolverli solo leggendo un articolo è presuntuoso e certamente non rientra nelle mie intenzioni: certo, può essere un ottimo inizio per acquisire consapevolezza e, successivamente, assumersi la responsabilità della propria vita personale, professionale e imprenditoriale. Come dice il mio “amico” Jim Rohn, è molto importante “cosa hai intenzione di leggere?”

Chi è Jim Rohn? È il più grande inspiratore che abbia avuto il piacere di studiare. I suoi principi e saggi consigli hanno cambiato profondamente la mia vita e quella di tantissime altre persone. Per più di 40 anni ha messo al servizio di professionisti e imprese una nuova filosofia di vita, aiutandoli a migliorare i propri risultati. Peccato che sia morto nel 2009 e non abbia avuto modo di conoscerlo personalmente, ma la sua attività resterà nella storia del progresso dell’umanità. Credimi, non sono parole a caso!

Anch’io per tantissimi anni ho creduto che le capacità, le competenze e il duro lavoro (stare sul pezzo!) fossero gli elementi più importanti per il successo professionale ed aziendale. Sì, certo, un po’ di “fattore C” non guasta mai e le “amicizie che contano” aiutano a spianare la strada del successo, specie in questo paese. Il successo non è notorietà effimera: vuol dire raggiungere lo Stato Desiderato in maniera stabile e rinnovabile.

La strategia eccellente è quella che raggiunge lo Stato Desiderato con minor sforzo possibile. La discutiamo con centinaia di professionisti e imprenditori, si direbbe che ormai sia una realtà acquisita… Eppure, ogni volta che chiedo: “Dimmi, cosa fai per raggiungere il tuo Stato Desiderato?” trovo molte difficoltà a farmi raccontare almeno tre azioni strategiche, che siano in linea con l’obiettivo aziendale, cioè lo Stato Desiderato.

Alla fine degli anni Ottanta ho scoperto che tutto il sapere del mondo non ha valore, se non viene canalizzato in una strategia eccellente. Ho iniziato a leggere il mondo con altri occhi (in gergo si dice mindset), anche grazie a Jim Rohn, e ho compreso che le aziende di successo rispettano la proporzione: 20% capacità, 80% strategia (del principio di Pareto, o “legge 80/20”, dialogheremo in altra sede).

I professionisti, i PArtigiani del Gusto, amano investire ore e ore nella propria preparazione professionale, nella ricerca e sviluppo dei prodotti, si spingono al massimo nella cura del packaging e del confezionamento. Tuttavia dedicano pochissimo tempo alla definizione degli obiettivi, della strategia e del progetto evolutivo. In moltissimi casi la proporzione è rovesciata: 80% capacità, 20% strategia (e sarebbe già un ottimo risultato!).

Perché? È semplice.

“Perché mi piace farlo”, “Perché è la cosa che amo sin da bambino”, “Perché mi dà un sacco di soddisfazioni”, ecc. Sono queste le risposte che mi danno. Peccato però che con questo modo di realizzare la soddisfazione professionale ed economica i risultati iniziano a scarseggiare. Già, perché i clienti, il mondo e il nostro modo di pensare stanno vivendo una trasformazione enorme e continuare a ripetere le stesse azioni aspettandosi risultati diversi è pura follia, dice il mio amico Einstein.

Perché è così difficile cambiare?

Per paura. La nostra emozione più atavica, potente, e in questo caso si tratta di paura del fallimento. Questo temiamo che avvenga quando abbandoniamo la nostra zona di comfort per entrare in quella del disagio, dove bisogna affrontare situazioni sconosciute e ricche di pericoli. Ogni operazione comporta un margine di rischio, ma si ha come l’impressione che il rischio sia minore quando ci si muove su “terreni conosciuti”, anche quando producono risultati scadenti.

La paura nasce sostanzialmente dall’affrontare il nuovo e lo sconosciuto. Certo, in questi ultimi anni è nata una nuova paura: quella di non farcela, di non riuscire a contrastare la crisi, di essere travolti dalla situazione finanziaria ed economica che ha sconquassato le certezze del modello di crescita. In questi stessi anni però sono nate tantissime nuove imprese e iniziative che hanno radicalmente cambiato il modo di interpretare l’attività di successo.

Come mai? Sono cambiate molte cose, come dicevamo, e tra queste le convinzioni di molti professionisti e imprenditori, così come sono cambiate le abitudini e il modo di confrontarsi con la clientela, con il mercato, con i progetti e con le strategie. Oggi molti artigiani hanno la consapevolezza di poter compiere un ulteriore salto competitivo, non più sul piano del prodotto, ma su quello organizzativo e commerciale. Il ricambio generazionale (in alcuni casi), la creatività e l’accesso alle nuove tecnologie, specie nell’area della comunicazione, hanno reso possibile la realizzazione dello Stato Desiderato in tempi brevi.

Cosa è necessario fare?

Per prima cosa bisogna definire il progetto principale per ottenere lo Stato Desiderato e la strategia eccellente per raggiungerlo. Acquisire la consapevolezza e assumersi la responsabilità di mettere in moto un processo che trasformerà la propria vita è necessario per ottenere i benefici professionali ed economici che si vogliono raggiungere. Cos’altro?

Seconda cosa, smettere con le P.M.(Pippe Mentali): gli alibi, le convinzioni limitanti, la pigrizia sono deleteri per chi vuole ottenere risultati diversi. “Non ho tempo” è il mantra che sento dire più spesso da tanti anni, come se ci fosse qualcun altro che potesse prendere il posto dell’imprenditore alla guida della propria trasformazione. Il processo per realizzare lo Stato Desiderato in genere viaggia su tempi medio/lunghi e, in questo periodo, è necessario un supporto costante da parte dell’imprenditore, specie se per raggiungerlo ha bisogno di una squadra di cui è il leader. Secondo te, chi altro può farlo al suo posto?

La terza indicazione è quella di concentrarsi su un solo progetto alla volta. Gli imprenditori in genere si lasciano ammaliare dalle nuove opportunità che vengono proposte quotidianamente, senza rendersi conto che sono tutte distrazioni rispetto a quanto hanno scelto. Quando non si tratta di opportunità, sono urgenze spesso determinate da altri e che nulla hanno a che fare con il proprio progetto. Insisto sempre molto sull’importanza di definire le priorità e mantenerle tali il più a lungo possibile.

La quarta necessità è imparare a dire di no. Raggiungere lo Stato Desiderato non è secondario: è frutto di un grande lavoro e, generalmente, comporta una trasformazione che porta grandi benefici alla vita professionale e aziendale. Quali altri motivi possono esistere per dire sì ad altri progetti e rinviare di conseguenza l’obiettivo principale? Esistono molti modi per dire no: quello che raccomando è trasformare il “no” alle richieste di altri in un clamoroso “sì” al proprio progetto.

La quinta avvertenza è quella di fare pulizia. Togliere di torno tutta la “zavorra” o gli impedimenti che solitamente persistono nel percorso svolto finora. Certo, hanno prodotto buoni risultati, ma siamo certi che siano ancora validi per raggiungere lo Stato Desiderato?

Sì, lo so benissimo che ci si affeziona alle cose, alle persone, ai suoni, ai colori… È la routine, la vecchia e cara abitudine che piace tanto al nostro cervello e che ci spinge avanti con il pilota automatico. Questa è la causa principale della resistenza al cambiamento. Bisogna sapersi mettere in gioco fino in fondo e comprendere se quello che sono oggi è sufficiente per quello che vorrei diventare. Solitamente non lo è!

L’azienda che raggiungerà lo Stato Desiderato non corrisponde esattamente a quella che vedo oggi. Ha bisogno di molte altre competenze e risorse (come puoi verificare in dettaglio nel Progetto di Sostenibilità) e probabilmente di un leader in grado di condurre la trasformazione (questa è l’altra grande causa di resistenza al cambiamento: la perdita della “posizione acquisita”).

Ultima, ma non ultima, una considerazione di tipo filosofico: ma è certo che questo sia il modo migliore per raggiungere la felicità? No, la certezza non c’è. Indubbiamente ci sono tantissimi altri modi per essere felici. In questo caso suggerisco di prendere il “metro della felicità” e misurare quanta se ne percepisce in azienda in questo momento (Stato Attuale) e quanta se ne otterrà alla fine del percorso (Stato Desiderato). Vale la pena? In questo caso converrai che la risposta è estremamente soggettiva.

Ah, dimenticavo… C’è un’altra domanda che solitamente mi sento rivolgere: “Ma quanto costa farlo?” Chi mi conosce bene sa che la mia risposta è: “Quanto costa non farlo?” Anche in questo caso la risposta è sempre estremamente soggettiva e potresti provare a tracciare un bilancio con gli elementi che hai a disposizione.

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